Il colpo di stato delle Bigh Tech di Marietje Schaake – ed. Franco Angeli
Salviamo la democrazia dall’assalto delle Bigh Tech
Il colpo di stato delle Bigh Tech di Mariet Je Schaake, membro del Cyber Policy Center della Stanford University e docente di politica internazionale presso l’Università della California, “non è un libro contro la tecnologia – come spiegato in premessa dall’autrice – piuttosto è un libro a favore della democrazia, un invito a riequilibrare il ruolo della tecnologia nelle nostre società per garantire una miglior tutela dei valori democratici”. Grazie alla sua esperienza, sia come deputata nelle aule del Parlamento europeo, sia come professionista tra gli addetti ai lavori della Silicon Valley, l’autrice delinea un quadro (spaventoso) del nostro mondo ossessionato dalla tecnologia, offrendo una visione lucida di come le democrazie possano costruire un futuro migliore prima che sia troppo tardi. Quello della studiosa va letto come un appello a non abbassare la guardia: una sollecitazione ai governi a guardarsi attorno a non gettare la spugna di fronte alla progressione vorticosa della tecnoscienza.
Che le bigh tech gestiscono fette sempre più grandi della nostra esistenza, sempre più immersa nel digitale, è un dato incontrovertibile; demandare però l’intera organizzazione della convivenza all’arbitrio di potenti oligopoli privati che tengono sotto scacco una politica afona, è un rischio troppo alto che non possiamo permetterci. Se la diagnosi certifica una malattia molto chiara, che prende il nome di autocrazia, è più difficile individuare – si sa – una terapia efficace. Sarebbe utile cominciare a ricordarsi che “gli Stati – prosegue l’analisi della Schaake – se lo vogliono, possono essere ancora potenti, come è successo purtroppo in senso negativo dall’avvento dal modello di governo autoritario del mondo digitale. Si può rivitalizzare una democrazia anemica mettendo in campo nuovi approcci normativi e forme innovative di governance, pensate per supportare esplicitamente principi e valori in contesti nuovi”. Serve, insomma, un’infrastruttura politica adeguata. Ci siamo troppo soffermati in questi anni sulle infrastrutture della connettività facendo a poco a poco rinsecchire l’amore per il confronto e la partecipazione, che sono fin dagli albori il sale della democrazia, la sua stessa essenza.
È evidente, e la studiosa mostra di averne piena consapevolezza, che le conseguenze della pervasività del digitale non vanno misurate solo sul terreno degli equilibri democratici, esistono altri ambiti del vivere civile e della nostra quotidianità che investiti dalla “grande mutazione” in atto stanno cambiando asset e profili. Siamo di fronte a un “salto ontologico” che impone l’adozione di un nuovo metodo della conoscenza, rimane cruciale l’esigenza di attuare quella “promessa democratica” che rimane un tendere verso, un ideale della “ragione” per usare termini kantiani, che non dobbiamo mai finire di perseguire. Vale sempre l’adagio di Churchill secondo cui la democrazia è la peggior forma di governo, peccato che non ne conosciamo di migliori.
Il ruolo degli stati nello scacchiere geopolitico
Non possiamo nascondere che il futuro del pianeta si gioca su un terreno particolarmente accidentato. I fatti di cronaca dimostrano ampiamente la gravità della partita che vede assolute protagoniste tecnocrazie e big tech. Per invertire lo squilibrio di potere servono soluzioni in grado di garantire più possibilità di controllo sia ai funzionari eletti che ai cittadini. Le classi dirigenti devono essere messe nelle condizioni di resistere all’influenza delle lobby delle corporation tecnologiche e reinventarsi come guardiani dinamici e flessibili del nostro mondo digitale, cosa che purtroppo non sta avvenendo. Fortunatamente nella vecchia Europa non mancano tentativi di aggiustare il tiro. La recente sanzione della Commissione Europea, comminata a “X”, la piattaforma di Elon Musk, si è concretizzata in una multa di 120 milioni di euro per violazione delle norme che impongono l’obbligo di trasparenza e di responsabilità sui contenuti.
La risposta piccata del suo proprietario, che ha rimosso l’UE dal suo account paragonandola al “quarto reich” e invocandone la dissoluzione per palese violazione dei diritti di libertà della Rete, la dice lunga sul disprezzo delle istituzioni che i colossi di Internet sbandierano senza pudore. Esiste un’emergente spinta plutocratica che finisce col decidere sulle sorti del mondo, senza nessun contraltare che ne limiti gli appetiti. Gli antichi filosofi ci avevano messo sull’avviso: Aristotele aveva sollevato il primo allarme nei suoi scritti politici, invitando le élite ad attrezzarsi per arginare le degenerazioni della democrazia. Siamo caduti dentro quel rischio mani e piedi, soffocati dall’eccessivo potere delle bigh tech, che stanno infettando la democrazia, per cui bisogna correre ai ripari. Ha ragione Paolo Pagliaro che, nel suo commento mandato in onda dalla trasmissione Otto e Mezzo condotta da Lilli Gruber su La7, si chiede cosa accadrà all’Australia che, primo paese al mondo, ha deciso di vietare ai minori di 16 anni l’uso dei social.
Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che la norma ha l’obiettivo di far sì che i ragazzi restino ragazzi. Sembrerebbe un’ovvietà peccato che nessuno prende sul serio il livello di rischio e la necessità di porvi rimedio. I legislatori australiani vogliono proteggere i minori da rischi come dipendenza, cyber bullismo, esposizione a contenuti inappropriati, disinformazione danni alla salute mentale. Forse sarebbe il caso di imitarlo anche alle nostre latitudini, imponendo un’età minima per l’uso dei social, cosa che accade, come è noto per il consumo di alcolici.
I rischi della “volontà macchinica”
Nessun attentato, dunque, alla libertà di Internet, semmai la necessità di limitare lo strapotere di una “volontà macchinica” – prendo a prestito il bel titolo di uno studio (ed. Pacini Giuridica) presentato da Tommaso dalla Massara insieme a Enrico Al Mureden – che denuncia lo spostamento della decisione giuridica dall’intelletto agente del giurista alla macchina. Stiamo parlando di campi che sembrano diversi, ma non lo sono: l’analogia è infatti molto forte ed è data dall’esproprio del potere decisionale, ormai evaporato dalla sfera dell’umano. Un esproprio che investe il legislatore nel suo compito di definizione delle norme e la politica, quale disciplina impegnata a studiare strumenti e misure da impiegare per migliorare l’esistente.
Un primo passo per provare a ridare ossigeno alla democrazia potrebbe essere proibire spyware progettati per violare diritti umani, alcune tipologie di raccolta dati e alcune criptovalute che facilitano i criminali e agevolano applicazioni di IA particolarmente manipolative. Ma sono solo degli esempi, che possono essere estesi alle piattaforme che utilizzano gli algoritmi per creare disinformazione. Musk, magari, si indignerà difronte a tutto questo: se accadrà, come sottolinea ancora Pagliaro, sarà un buon segno, perché vorrà dire che siamo sulla strada buona.
Autore: Massimiliano Cannata





