La rivoluzione dei robot ridefinisce saperi e competenze

Roberto Cingolani è un fisico che rientra nel novero dei “campioni” dell’innovazione italiana, con circa 48 brevetti al suo attivo. Autore e co-autore di circa 750 pubblicazioni su riviste internazionali e ha inoltre lanciato 3 aziende spin-off. La sua attività scientifica riguarda, in particolare, i settori della scienza dei materiali, delle nanotecnologie e della nanomedicina. Dal 2001 è membro di diversi Consigli della Commissione Europea nel campo delle nanotecnologie e dei nuovi materiali e membro del Consiglio della Presidenza del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita. Per la sua attività di ricerca scientifica è stato insignito dei titoli di Alfiere del Lavoro (1981) e di Commendatore della Repubblica (2006) dal Presidente della Repubblica, nonché del premio Guido Dorso (2006) dal Senato della Repubblica e nel 2010 del premio Grande Ippocrate promosso da Unamsi e Novartis. Dal dicembre 2005 è direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, eccellenza internazionale nel campo della ricerca applicata alle macchine intelligenti, basti pensare che la piattaforma umanoide più diffusa al mondo “iCub”, creata e testata nel capoluogo ligure, viene utilizzata in trentasei laboratori nel mondo come strumento di ricerca e sviluppo nella robotica. L’Istituto italiano è stato per altro tra i primi ad applicare l’ausilio di sofisticati strumenti meccanici nel delicato campo della riabilitazione. Cybersecurity Trends si trova insomma, nel contesto giusto per cercare di analizzare gli scenari di innovazione che si stanno aprendo, non solo sul versante della sicurezza e della protezione dei dati, ma anche più in generale per valutare i contraccolpi sociali e culturali di una “rivoluzione” destinata a cambiare la nostra vita.

L’intervista

Professore l’avvento dei robot ha determinato un profondo salto di paradigma e un cambio di passo probabilmente superiore a quello imposto da Internet e dal processo di digitalizzazione. Qual è il suo giudizio da esperto e ricercatore in merito?

Bisogna fare chiarezza su una differenza molto importante. Intelligenza artificiale, umanoidi, automazione, fanno parte di mondi diversi che presentano potenzialità, caratteristiche e pericoli diversi, L’automazione è essenzialmente un campo presidiato da robot che hanno una intelligenza algoritmica, con delle potenzialità utilizzabili per migliorare la produzione, affinare la qualità della manifattura e la sostenibilità, in una generale ottimizzazione dei processi. Per dirla in sintesi queste macchine dovrebbero finalmente permettere il sospirato innalzamento del PIL, riducendo nel contempo emissioni, impatto ambientale e consentendo un risparmio dell’energia.

Se prendiamo in esame l’intelligenza artificiale, quali riflessioni vanno fatte?

In questo caso siamo di fronte a un immenso computer, che può anche custodire la sua memoria in un luogo remotissimo, che è capace di fare miliardi di operazioni al secondo. Queste potenzialità esaltate da modelli di calcolo molto evoluti consentono a queste macchine di fare previsioni, analizzare e trovare correlazioni molto sofisticate. Basta pensare ai sistemi predittivi nel campo del fisco, della salute, del clima, per non parlare della efficienza di motori di ricerca come GOOGLE che ormai tutti siamo abituati ad usare. Il vantaggio che ci offrono queste macchine è evidente: la mente umana non sarebbe in grado di trattare una mole infinita di dati e informazioni e di ricavarne interpretazioni utili e plausibili, per imparare e soprattutto prevedere i fenomeni. Abbiamo dunque: da un lato un “tutto corpo” costituito dai robot, dall’altro “tutto mente”.

Una dicotomia difficile da comporre, qual è il punto di connessione tra questi due versanti?

Provo a fare un esempio a tutti familiare: il telefonino. Ormai non possiamo più separarci da questo oggetto che di fatto è un’estensione del nostro io. Con il cellulare abbiamo migliorato le nostre performance mentali. Proviamo ora ad andare oltre e a mettere al nostro cellulare le braccia, creando uno strumento che mette insieme le potenzialità intangibili dell’intelligenza artificiale e quelle pratiche della potenza meccanica.

Il connubio tra automazione e IT non è una minaccia per la specie

Il cambio di paradigma di cui tanto si discute comincia da qui?

Si innesca dall’incrocio tra l’universo dell’automazione, cui in fondo siamo abituati da decenni, le ruspe ci hanno sollevato dai lavori più pesanti da tempo e l’IT. E’ questo il connubio che stiamo vivendo come una minaccia della specie, un connubio che conduce alla concreta progettazione e realizzazione di strumenti che non amplificano solamente le capacità mentali, come succede con il telefonino, ma che sono in grado di fare movimenti molto precisi che impattano in misura profonda sulle nostre esistenze.

Come vanno definite queste nuove “presenze” artificiali che stanno per popolare il nostro

quotidiano?

Volendo essere realisti occorre dire che siamo ancora lontani dalla realizzazione di strumenti simili all’essere umano. Però se consideriamo la sembianza umanoide di oggetti che collegati al cloud e alle reti wireless, cominciano a praticare comportamenti intelligenti e, magari grazie a un’antenna, sono in grado di guidare una macchina, girare in casa, prendere bottiglie che desiderano al nostro posto e magari frugare nel frigorifero allora è evidente che lo scenario muta e la nostra fantasia corre molto in avanti.

A fronte di ritmi evolutivi che come sta descrivendo Lei si presentano molto rapidi e per certi versi sconvolgenti, cosa dobbiamo aspettarci?

Il futuro si prospetta come un ECOSISTEMA in cui avremo macchine intelligenti che comunicheranno sempre di più con l’essere umano. L’interrogativo di fondo riguarderà la nostra capacità culturale oltre che psicologica di interagire con una macchina, cosa che sappiamo fare perfettamente con il telefonino. La differenza sta nel fatto che questa macchina ci parla, ci prende le cose, si muove e può anche sostituirsi a noi, facendo cose per conto nostro. Le questioni di cui parliamo stanno ormai assumendo una valenza antropologica. La coesistenza umani – umanoidi, uomo – macchina spinta fino a livelli in cui la macchina pensa e prende decisioni apre scenari sicuramente impegnativi. Attenzione però: ricordiamoci che queste macchine non prenderanno il nostro posto, la biologia è ancora molto superiore, l’uomo possiede creatività, ormoni, sentimenti, passioni che non sono facilmente replicabili in laboratorio.

Verso la rivoluzione dei saperi tradizionali

A che punto è la ricerca in questo delicato settore? Le macchine intelligenti che cosa saranno abilitate a fare e in quali ambiti dobbiamo prevederne la maggiore diffusione?

In linea di principio abbiamo già le macchine molto intelligenti e dei robot che già si muovono come noi. L’essere umano esprime però un nesso mente corpo che è frutto di tre miliardi di anni di evoluzione, cosa difficile se non impossibile da imitare per quella che resta per delle macchine al nostro servizio, che potranno sostituire l’uomo negli incarichi gravosi, quelli più rutinari, pesanti, assistendoci in tutte quelle cose in cui è richiesta una grande capacità di calcolo. Come dicevo prima la ruspa faceva già il lavoro dei cantieri, oggi si è aggiunto il robot che svolge delle mansioni in ufficio, il problema sarà quando avremo una “ruspa intelligente” che si muove, spingendosi a livelli ancora poco prevedibili. Nessuna macchina potrà mai avere una capacità computazionale paragonabile a quella del cervello umano, perché avremmo bisogno di una stanza molto grande per replicare tutti i circuiti neuronali che presiedono alle nostre facoltà superiori con uno spreco enorme di energia. L’innovazione con cui dovremo fare i conti ci proporrà un telefonino che avrà gambe e braccia, che svolgerà delle faccende fisiche e non solo mentali, rimanendo collegato a una struttura di rete potente e veloce, sono queste le due connotazioni distintive della rivoluzione digitale in atto.

I ricercatori del’IIT di Genova in quali settori stanno focalizzando il loro lavoro di studio e di sperimentazione? “ICub” la nostra piattaforma umanoide è la più diffusa al mondo, sono trentasei i laboratori sparsi nel globo che la utilizzano come strumento di ricerca e sviluppo nel campo della robotica. Abbiamo macchine che coprono il variegato universo della zoologia, dal robot centauro, al quadrupede, al bambino, applichiamo inoltre la robotica all’assistenza per la riabilitazione. Nel mondo le strutture veramente competitive saranno sette otto, quello che veramente formidabile è l’accelerazione della ricerca in questo campo. Intelligenza artificiale, automazione, Information Technology sono ambi ti che si intrecciano. Tutto quello che rientra nella ritessitura del delicato nesso corpo – mente, avvicinandosi alla meravigliosa armonia che caratterizza l’essere umano, apre la strada a una disciplina nuova. Tanto che non è più corretto parlare di Robot o di intelligenza artificiale, perché siamo di fronte a tecnologie biomimetiche che cercano di riprodurre l’essere più perfetto che esiste in natura: l’essere umano. In questo percorso difficile e impegnativo c’è spazio per le competenze più disparate, mentre si sta attuando una profonda rivoluzione delle discipline e dei saperi tradizionali, che credevamo immodificabili.

Qualche hanno fa Giuseppe Longo in un celebre saggio ha cercato di definire il profilo del “Simbionte”, di fatto una ibridazione tra l’homo sapiens e l’homo technologicus. Al di là di questa immagine per alcuni aspetti suggestiva per altri inquietante, quali sono i livelli di interazione tra uomo e macchina e cosa dobbiamo aspettarci da questa necessaria ma anche difficile convivenza, che sollecita analisi e riflessioni di varia natura: epistemologica, filosofica, sociologica oltre che tecnico ingegneristica?

I ricercatori che operano in questo campo si trovano dentro un incrocio fittissimo di relazioni. Studiano di fatto biomeccanica con i medici, il sistema nervoso con i neuroscienziati, si intendono di computer scientist e si misurano con i matematici da un lato e con gli ingegneri per affrontare questioni di material scientist. Serve padronanza in discipline che vanno dalla medicina alla chimica, alla fisica, dal momento che stiamo provando proviamo a far dialogare un corpo e una mente artificiale. Per non parlare delle implicazioni filosofiche, epistemologiche ed etiche che entrano in gioco. Avremo delle macchine che sono in grado di guidare, e che seguiranno criteri e regole. Nel caso in cui si verifica un guasto meccanico, ai freni per esempio: la macchina chi salverà: il pilota, i pedoni, il bambino che magari si trova col papà in auto. Un individuo agisce seguendo l’istinto di conservazione della specie, la macchina farà un veloce calcolo e sceglierà lo scenario potenzialmente meno dannoso. Sarà il calcolo probabilistico a farla decidere, non eiste infatti una componente ormonale in uno strumento artificiale. Ma la macchina robot sarà in grado di fare la scelta giusta? Se ha deciso per una opzione violando una regola per salvaguardarne un’altra, ha commesso un reato e quindi deve essere perseguibile. Non esiste però un codice civile penale differenziando che possa chiamare in causa un sistema non biologico, in grado di commettere un reato. Non stiamo parlando di uno scenario fantascientifico, ma di qualcosa che comincerà a interessare la nostra quotidianità, su cui il anche il diritto sarà chiamato a fare dei passi avanti per reggere il vento dell’innovazione.

Diritto e tecnologie: la nuova frontiere

I rapporti tra diritto e nuove tecnologie aprono territori realmente molto difficili da tracciare. Sapremo venirne a capo?

Non abbiamo altra scelta. Bisogna prendere atto che non c’è più la separazione tra discipline umanistiche e scienze esatte. Gli intellettuali devono sedersi a un unico tavolo e parlare in maniera aperta con scienziati e ingegneri di tutti i rami del sapere fisi. Anche la ricerca spaziale dovrà essere coinvolta: un giorno gli uomini migreranno su altri pianeti, non è solo una faccenda che può appassionare gli astrofisici, perché ad essere coinvolti saranno sociologi, storici, antropologi, giuristi. Saremo infatti chiamati a concepire nuove forme di società, una diversa trama dei rapporti umani. Quando l’umanità apre un versante inesplorato di conoscenza il corso dell’evoluzione cambia marcia, in quel momento tutte le discipline sono chiamate a contribuire al “salto” di paradigma. Per questo credo che l’intuizione di Giuseppe Longo, cui la sua domanda si rifaceva, è quanto mai attuale e pertinente.

Il mondo del lavoro risentirà gli impatti più forti del cambiamento in atto. In un recente intervento apparso su un quotidiano nazionale diceva molto opportunamente che non sarà certo facile trasformare un operaio in esperto di coding e auspicava un nuovo patto sociale per educare il cittadino a muoversi in un nuovo orizzonte delle opportunità. Significa che dovremo abituarci all’idea che l’automazione sottrarrà posti di lavoro o esistono delle contromisure adeguate?

La paura che l’automazione sottragga posti di lavoro è assolutamente giustificata e comprensibile. Occorre dire che se vogliamo continuare a crescere secondo modelli economici dominanti, il rischio che le macchine possono distruggere i lavori di routine esiste. Il fenomeno come è noto non è inedito. La differenza rispetto al passato sta nella velocità con cui la rivoluzione si sta attuando. Telefono e motore a scoppio hanno dato all’umanità un tempo significativo, che abbiamo sfruttato per abituarci, Adesso tutto è successo nel giro di dieci anni. Difficile riuscire a riconvertire un lavoratore che ha perso il posto aggiornando con estrema rapidità le sue competenze. Quando parlavo di patto sociale mi riferivo essenzialmente al fatto che oggi tutte le componenti devono impegnarsi per trainare la società nel suo complesso verso livelli più alti di competenza e preparazione. Occorre creare una catena diffusa di continuus learning, una società capace di parlare a tutti i livelli della scala sociale per rendere la gente consapevole di quello che sta avvenendo.

Potremmo definire questa sua proposta usando il celebre scritto del Premio NobelIlyaPrigoginecheauspicavauna“NuovaAlleanza”,traducibileoggiin un patto educativo che veda finalmente schierati in una logica collaborativa le agenzie della formazione, la scuola, e perché no la politica e persino i sindacati e i corpi intermedi?

Un progetto di vasta portata dovrebbe essere messo in atto. La fase eccezionale che stiamo vivendo richiede misure eccezionali. La tecnologia diffusa non deve essere un tabù, una scatola nera che i più ignorano. Nelle nostre aule si continua a insegnare con la giusta attenzione e rigore materie come l’italiano, il latino, dovremmo però allargare la soglia di impegno a discipline che vanno dall’informatica al coding, perché il nuovo alfabeto dell’universo digitale è sostanziato da questi mattoni del sapere.

Formazione e sicurezza sono le sfide da vincere

La formazione e il trasferimento tecnologico rimangono le leve strategiche, più utili per sfruttare al meglio le opportunità legate a questa grande rivoluzione. Dovranno mutare anche i criteri di recruiting seguiti fino ad oggi per individuare i profili richiesti da un mercato in continuo divenire?

Quando svolgiamo un’attività di recruiting dovremmo tenere conto della tipologia di attività svolte dal profilo che ci interessa. Se il nostro candidato non ha avuto la possibilità di fare un mestiere che, lo ha “obbligato” ad aggiornarsi continuamente, dovremo fare in modo di stimolarlo a riaprire l’orizzonte dell’apprendimento con le giuste metodologie. Nella società digitale è facile per tutti noi diventare “dinosauri” perché l’obsolescenza delle conoscenze è molto rapida. Se non diamo spazi di studio e di approfondimento attuando processi di lifelong learning anche dentro le aziende rischiamo di emarginare miliardi di persone. Non innaffiare un capitale umano di tale portata non possiamo permettercelo, direi di più: nessun paese civile se lo può permettere se vuole stare al passo con i tempi.

A proposito di consapevolezza. Cybersecurity Trends è la rivista della Fondazione GCSEC

 di Poste Italiane che ha come mission la diffusione di una equilibrata cultura del digitale e dell’uso della rete in tutte le fasce della popolazione. Sotto lo specifico profilo della sicurezza, l’automazione, la catena di montaggio robotizzata e più in generale le applicazioni della robotica in ambiti delicati come la medicina e l’assistenza socio- sanitaria sono trasformazioni organizzative e di processo che presentano fattori di rischio?

L’aspetto più delicato della rivoluzione che abbiamo cercato di tratteggiare e che riguarda i profili di governance del rischio, riguarda la gestione delle banche dati, che vengono immagazzinate e rielaborate dalle macchine intelligenti. Basta pensare all’enorme quantità di dati che riguardano la sanità, che incrociati con le importanti capacità predittive e previsionali di cui disponiamo possono dare tutto il percorso futuro della vita di un individuo. Le conseguenze di tutto questo sono facilmente immaginabili, sul piano della discriminazione ma anche del controllo che ne deriva. Il fenomeno è pericoloso, la preoccupazione maggiore risiede nel fatto che i detentori di questo enorme magazzino di informazioni sono player privati. E’ questo il tema vero che chiama in causa le autority, gli stati, e più in generale l’etica e il diritto alla privacy e alla riservatezza.

Come si vede la frontiera tra filosofia, diritto, etica, rispetto della persona è tutta da ripensare e da aggiornare. La sfida è appena cominciata. La rivoluzione che stiamo vivendo ha bisogno che le menti più avvertite e responsabili si facciano portavoce di una riflessione globale. Il mondo sotto i nostri piedi sta cambiando non possiamo assistere a tutto questo da spettatori passivi, perché saremmo condannati a un declino certo e irreversibile.

Autore: Massimiliano Cannata

 

Roberto Cingolani

Biografia

Roberto Cingolani è Direttore Scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova dal dicembre 2005. Programma e supervisiona la realizzazione del Piano Scientifico coordinando l’attività dei Dipartimenti del laboratorio centrale di Genova e dei Centri della rete multidisciplinare promossa sul territorio nazionale insieme a università e istituti di ricerca d’eccellenza. Tra i “campioni” dell’innovazione italiana, conta circa
48 brevetti al suo attivo, è autore e co-autore di circa 750 pubblicazioni su riviste internazionali e ha inoltre lanciato 3 aziende spin-off. La sua attività scientifica riguarda, in particolare, i settori della scienza dei materiali, delle nanotecnologie e della nanomedicina. Nel 2000 ha assunto il ruolo di professore ordinario di Fisica Generale presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Innovazione dell’Università del Salento. Nel 2001 ha fondato e diretto fino al 2004 il Nanotechnology National Laboratory (NNL) dell’Istituto Nazionale di Fisica della Materia del CNR. È stato Visiting Professor alla Virginia Commonwealth University (VCU) e alla University of Tokyo, nonché staff member al Max Planck Institut (Stoccarda). Dal 2001 è membro di diversi Consigli della Commissione Europea nel campo delle nanotecnologie e dei nuovi materiali e membro del Consiglio della Presidenza del Comitato Nazionale per
la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita. Per la sua attività di ricerca scientifica è stato insignito dei titoli di Alfiere del Lavoro (1981) e di Commendatore della Repubblica (2006) dal Presidente della Repubblica, nonché del premio Guido Dorso (2006) dal Senato della Repubblica e nel 2010 del premio Grande Ippocrate promosso da Unamsi e Novartis. È laureato in Fisica ed ha conseguito il dottorato in Fisica presso l’Università degli Studi di Bari. Ha inoltre ottenuto il diploma di perfezionamento in Fisica alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

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