Nell’ambito della sicurezza le aziende sono la prima linea di difesa

Luciano Floridi è una delle voci più autorevoli della filosofia contemporanea. Professore ordinario di filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford, dirige il Digital Ethics Lab ed è chairman del Data Ethics Group dell’Alan Turing Institute. Lo abbiamo raggiunto al telefono, in un breve pausa tra una conferenza e l’altra, per cercare di capire qualcosa in più sulla rivoluzione digitale che sempre più prende le nostre vite.

Professore, nel suo saggio La quarta rivoluzione (Raffaello Cortina) un capitolo è dedicato al rischio digitale, vorrei partire da questo aspetto. Come si può sviluppare una governance della sicurezza adeguata, proteggendo le reti e difendendosi dallo strapotere degli algoritmi, che molti pensatori definiscono “Datacrazia”?

Siamo a un cambio di paradigma e continuiamo a gestire il rischio come se fossimo ancora nella società industriale, senza comprendere che il rischio va affrontato servendosi delle banche dati, dell’infinita capacità di processare le informazioni. Strumenti come il software intelligente ci permettono di prevedere e calcolare le possibili vulnerabilità e di fare un lavoro di prevenzione fino a ieri impensabile. Il digitale è, insomma, un ausilio dirompente per la security. Direi di più: il bicchiere di questa rivoluzione è per due terzi pieno e per un terzo vuoto proprio in ragione delle potenzialità di una migliore gestione del rischio di cui disponiamo grazie al digitale.

Le aziende che compito hanno sul fronte della sicurezza?

Enorme, sono la prima linea di difesa, non scordiamolo. Una forza dirompente come il digitale presenterà pure delle criticità, ma anche immensi margini di sviluppo, a patto di saper sfruttare e di conoscere i nuovi linguaggi. Quando vedo paura dei robot e delle macchine intelligenti penso: è pura fantascienza! Piuttosto incamminiamoci dentro l’”infosfera”, che sta cambiando non solo noi stessi, ma il mondo in cui ci muoviamo nel mondo.

Una definizione di infosfera. A proposito: “infosfera” è un termine che ha coniato e che sta riscuotendo successo e interesse. Possiamo spiegare di che si tratta?

Abbiamo in passato sempre trattato le tecnologie di cui disponiamo come dei semplici canali di comunicazione. E’stato così per il telefono, la televisione, la radio. Oggi, però, siamo di fronte a un salto di qualità. Gli apparati digitali creano un ambiente. Prima si stava al telefono, oggi si vive su Internet, si guardava la tv, assistendo a uno spettacolo, oggi siamo protagonisti di quello spettacolo. Lo spazio dentro cui viviamo è fatto di informazione, siamo in un ambiente dove si mescolano in modo inestricabile analogico e digitale, on line e off line, è questa l’infosfera.

La stessa telefonata che lei mi ha fatto a Oxford è fondata su questo mix: mentre parliamo, il telefonino mantiene la nostra geolocalizzazione, inviando continuamente informazioni a una centrale che rielabora dati su dati.

Il “Reale” e il “virtuale” si incrociano. Appare ormai superata la visione di Pierre Levy, il primo pensatore che aveva messo a confronto queste categorie. Si apre un nuovo percorso per la riflessione filosofica e scientifica?

Si tratta di rivedere proprio le categorie dell’essere che per una certa parte della nostra storia abbiamo fondato sulle cose che possiamo toccare, vedere, sentire. Quando è arrivata la dimensione del virtuale abbiamo cominciato a superare le forme ingenue dell’empirismo. Abbiamo per dirla in sintesi capito che non contano solo gli oggetti le cose che possiamo volgarmente “prendere a calci”, perché una grandissima parte dell’universo è fatto di energia, di campi di forze, di flussi.

Un cambiamento non da poco?

Uno stravolgimento di prospettiva, perché il criterio di esistenza non è solo quello percettivo, ma interattivo. In altri termini vuol dire che se con qualcosa posso interagire, quel qualcosa esiste. L’icona del PC esiste, la posso “cliccare”. Essere cliccabile nella società del web vuol dire esistere. Diventa questo il criterio per certificare l’esistenza di un ente è, infatti, crollata la vecchia distinzione tra reale e virtuale tutto è rimescolato, le vecchie categorie della speculazione non bastano a spiegare la complessità entro cui siamo immersi.

Realismo e idealismo sono sottosopra. In che mondo viviamo allora?

A seconda delle capacità di interazioni viviamo in mondi con “ontologie” diverse, chi può avere
interazioni con un mondo molto più ricco, più ampio e diversificato, vive “meglio” rispetto a chi si trova in realtà chiuse, isolate, che sono fatalmente più povere, meno stimolanti. In passato la distinzione era imperniata sui diversi mondi linguistici, il mio mondo e il mio linguaggio, sostenevano autorevoli pensatori. Si trattava di una concezione semantica, che metteva in primo piano il problema della traducibilità, senza di cui non ci poteva essere comunicazione, né relazione, né dialogo tra gli individui. Adesso invece si deve puntare la ricerca sull’interazione, che diventa la chiave attorno a cui conoscere la realtà e far crescere competenze ed esperienze.

Dall’industriale al digitale. Facciamo atterrare questo interessante ragionamento filosofico. Quali sono le ricadute tecnico – economiche ed etico – sociali legate al passaggio dall’industriale al digitale?

La sharing economy, modello di business sempre più praticato è una diretta conseguenza del passaggio al nuovo paradigma digitale. Il nuovo capitalismo impone, a differenza del passato, la condivisione, in quanto strumento che rende più forti e ricchi i soggetti imprenditoriali e gli stessi individui.

L’economia circolare è l’altro tassello su cui bisogna insistere, in questo caso non si tratta di una novità, ma di un ritorno. I nostri nonni non buttavamo niente, vivevano nella società agricola, che valorizzava il risparmio e l’utilizzo completo delle poche cose di cui si disponeva. Quando si affermata poi l’economia lineare. A seguito della prima rivoluzione industriale, l’unica cosa importante è diventata l’acquisizione di cose e di oggetti per liberarsene subito dopo, cessata la necessità d’suo. Oggi stiamo tornando a una “circolarità acquisita”, non più povera come nel vecchio schema, ma affluente.

In concreto?

Significa che il digitale rende possibile le modalità di un’economia circolare affluente, in quanto permette di economizzare, riutilizzare, utilizzare meglio, fare di più avendo meno. Sostenere che la tecnologia è nemica della natura è un errore, è un giudizio risultante di un vecchio retaggio ancorato al primo passaggio storico dall’economia circolare all’economia lineare. L’innovazione di questa “quarta ondata” per parafrasare Alvin Toffler (che parlava in un noto saggio di “Terza ondata” n.d.r.) ci sta portando verso il nuovo orizzonte di un’economia circolare verde e affluente, che vede per la prima volta tecnologia e natura alleati.

In un’intervista recente Diego Piacentini, ex Commissario straordinario per l’attuazione dell’agenda digitale, facendo un bilancio del suo mandato ha detto: un’impresa affrontare il cambiamento nella PA, ci sarà da lavorare ancora molto. Lei gira il mondo in lungo e in largo. Come siamo messi in Italia?

Dal punto di vista tecnico – infrastrutturale passi avanti ne abbiamo fatti. Stiamo recuperando un gap storico, in un paio di anni penso che saremo vicini agli altri paesi europei. La banda larga esiste, i pagamenti on line vengono effettuati, la connessione è disponibile in tutto il territorio. E’ la mentalità digitale che dobbiamo acquisire. Dobbiamo imparare a pensare più in termini di interazione, che di percezione. Il nostro cervello di mammiferi ci porta a vedere un mondo fatto di cose, quello che contano sono gli oggetti e le loro proprietà, quando invece dovremo vedere il mondo in termini di interazione, ricordandoci che le cose vengono dopo, ci sono prima le relazioni e i processi. La fisica lo sa molto bene da molto tempo. Sono i campi di forza dove i processi si incrociano che devono destare, insomma, il nostro interesse.

Possiamo fare un esempio per intenderci?

Utilizzo un’immagine di cui mi sono servito a Milano in un convegno in sui abbiamo discusso di innovazione: le rotonde arrivano prima delle strade? Ovviamente no, sono prima le strade che si sviluppano in certe direzioni e si incrociano. Le rotonde vengono pensate e costruite dopo. Dobbiamo capovolgere il punto di vista: prima ci sono processi e relazioni, poi arrivano gli oggetti. Se ci riflettiamo bene anche la sedia su cui poggiamo è un agglomerato di processi e relazioni.

 

Verso un capitalismo inclusivo. In conclusione professore se dovesse suggerire da dove ripartire. Cosa si sente di dire?

Dalla prospettiva di un capitalismo inclusivo capace di puntare sugli alfabeti digitali per migliorare la qualità della vita e del lavoro. Solo a queste condizioni si potrà compiere una “migrazione virtuosa” dallo spazio fisico newtoniano al nuovo orizzonte immateriale, edificato sulla condivisione di saperi, idee e informazioni. Questo particolare “serbatoio”, che come dicevo all’inizio, chiamo “infosfera”, non è altro che un immenso patrimonio da spendere al servizio della convivenza pacifica e del progresso, uno spazio comune che va preservato a vantaggio di tutti.

Luciano Floridi

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