“I valori che ispirano il capitalismo progressista sono equità, inclusione, prosperità diffusa. L’assunto di base è che il sistema economico debba porsi al servizio dei cittadini e non viceversa. Un’economia ben funzionante richiede un sistema produttivo decentrato, imperniato, su una moltitudine di attori, quella che definisco una ricca ecologia di organizzazioni”.

La riflessione di Joseph Stiglitz, ha ispirato l’intervento di Maria Cristina Origlia, presidente del Forum della Meritocrazia, keynote speaker del convegno INNOVAZIONE DIGITALE, PROCESSI PRODUTTIVI E SOSTENIBILITA’, che is è svolto presso l’Università di Sassari, il 10 giugno scorso.

L’evento introdotto da Alessio Tola, Docente di Analisi e valutazione delle tecnologie nella stessa Università che ha curato anche gli aspetti scientifici dell’importante appuntamento, ha visto la partecipazione: del Rettore Gavino Mariotti, del preside della School of Management della Bocconi Carlo Alberto Carnevale Maffè, di Gianluca Dettori, Presidente di VC HUB – Associazione del Venture Capital, di  Andrea Cinelli, CEO Foolfarm Spa, di Lorenzo Montagna, Presidente Italiano VR-AR Association, Antonio Seggioli, founder, Fondazione Riccagioia 5.0 “Farm to fork”, Maurizio Brioschi, Director of Ecosystems, CEFRIEL, Fabrizio D’Ascenzo, La Sapienza Univ. di Roma, Riccardo Porcu, Regione Autonoma della Sardegna, Alessandro Ruggieri, Presidente dell’Accademia Italiana di Scienze Merceologiche, Alfonso Fuggetta del Politecnico di Milano.

“Il capitalismo progressista, di cui Stiglitz è uno dei massimi esponenti a livello planetario, offre una chiave di lettura importante di questa profonda fase di trasformazione che sta cambiando il modo di fare impresa, ma anche più in generale il profilo stesso del capitalismo. Il punto centrale, su cui ho voluto insistere – spiega Maria Cristina Origlia – riguarda la necessità di comprendere qual e’ il substrato culturale necessario per favorire una crescita sostenibile, scandendo un effettivo progresso, di cui l’innovazione digitale e la transizione ecologica appaiono come i principali pilastri, cui si aggiunge l’equità come fattore imprescindibile di riferimento. Invertire la rotta dell’aumento delle disuguaglianze, che si sono acuite certamente a causa della pandemia, ma che da almeno venti anni a questa parte stanno continuamente aumentando, è la prima gravissima con cui dovremo misurarci nell’immediato futuro”.

La digitalizzazione non è stata sinonimo di democratizzazione, ci eravamo illusi. La società delle catastrofi, la tempesta perfetta creata dall’intreccio emergenza sanitaria guerra in Ucraina ne sono una lampante conferma, ha generato nuovi gap, soprattutto per quel che riguarda l’accesso all’istruzione e alle opportunità di poter migliorare le condizioni di vita.

Dov’è finito il merito ? 

Il Meritometro, indicatore scientifico ideato dal Forum della Meritocrazia, e dall’Università Cattolica di Milano grazie all’apporto di Alessandro Rosina, offre una lettura certamente non convenzionale del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, restituendoci una fotografia composita dello stato di salute del paese, in termini di competitività e di benessere (inteso come accesso alle opportunità libero dispiego del potenziale e riconoscimento del merito individuale), “stato di salute” inteso come capacità di garantire un ecosistema favorevole allo sviluppo delle idee, delle competenze e dei talenti di tutti, a partire dai giovani.

L’ultima rilevazione effettuata nel 2021 fa vedere performance negative, pilastri quali «libertà», «pari opportunità» e «qualità del sistema educativo», soffrono ovunque, senza distinzioni geografiche. La situazione italiana è molto più preoccupante rispetto ad altri paesi, perchè presenta un ranking (24, 56%), che è il dato più basso da sei anni a questa parte, periodo in cui è iniziato il rilevamento. In particolare peggiorano la libertà (di fare impresa) e la qualità del sistema educativo,

quest’ultimo ulteriormente colpito dalla pandemia con conseguenze che hanno fatto portato Andrea Gavosto, AD della Fondazione Agnelli, realtà da sempre particolarmente attenta ai parametri di qualità del nostro sistema scolastico, di una vera e propria “emergenza educativa” (Andrea Gavosto, Fondazione Agnelli). Tali effetti trovano un riflesso nei dati del Pil, dello spread, degli effetti della guerra su Italia, si tratta di evidenze che mostrano una debolezza strutturale, che le nostre classi dirigenti non possono continuare a ignorare.Basti ricordare che la crescita del Pil nell’Eurozona si attesterà quest’anno sul 2,7% (le previsioni erano del 4%) e 2,3% nel 2023 (rispetto al 2,8). L’Italia dovrà “accontentarsi” del 2,4% ( a fronte del 4,1% previsto) e dell’1,9% nel 2023, rispetto al  2,3%, che era il livello auspicato. Lo Spread che era di 90 punti al momento dell’insediamento dell’esecutivo guidato da Mario Draghi, ha fatto un balzo a 190 punti, in nazioni quali la Spagna e la Germania i numeri sono pari alla metà.

Ecco chi paga per il “cattivo stato” di salute del sistema/Paese

“Le conseguenze della scarsa mobilità sociale incidono soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione, le donne prima di tutto. Child penalty il fenomeno con cui bisognerà misurarsi, cioè il tasso di occupazione tra i 25 e i 49 anni che passa dal 72% delle donne senza figli al 53% per chi ha figli con meno di 6 anni. Più in generale il tasso di occupazione femminile è del 53,1% rispetto al 67,4% media Ue. A questo si aggiunge – precisa Origlia –  il tasso di inattività, part time imposto, divario Nord/Sud, segregazione nell’istruzione e nel lavoro, scarsità di competenze digitali, gap salariale. Le posizioni manageriali occupate dall’altra metà del cielo sono solo il 18% del totale, per non parlare dei ruoli apicali, le donne che li occupano sono ancora mosche bianche”.

Ma è il grave impatto demografico che rende il quadro ancora più fosco. Nel 2021 per la prima volta i nuovi nati sono scesi sotto i 400mila. Se continuiamo così, nel giro di 30 anni, avremo 5 ML di abitanti in meno, con 1 italiano su 2 in età da lavoro, che dovrà da una parte provvedere al mantenimento e alla formazione dei più giovani, dall’altra sostenere l’accudimento dei pensionati (v. Istat/presidente Giancarlo Blangiardo)

Non va meglio per i giovani: tassi di abbandono scolastico al 15,6% per i ragazzi e 14,6% per le ragazze, raggiungimento dell’educazione terziaria di 13 punti percentuali sotto la media europea, significativa presenza della categoria dei NEET (talenti in parcheggio e in perenne attesa li si potrebbe definire), che peggiora rispetto allo scorso anno di 1.2 punti, portando l’Italia al 23.3% (25.4% se parliamo di ragazze) con un gap rispetto alla media UE di circa 10 punti.

Decisive anche le ricadute sul mondo del lavoro con una forte polarizzazione tra chi non lavoro/lavora male e chi non trova motivazione per lavorare o rimanere in Italia: da febbraio 2020, abbiamo perso 175mila occupati nella fascia di età tra i 15 e i 34 anni, si tratta di un’emorragia grave che non possiamo permetterci.

Ne “Il complotto contro il merito (ed. Laterza), il filosofo Marco Santambrogio, si chiede:

Cosa può produrre un sistema che disconosce i meriti nostri e altrui, sino a privarci della motivazione di impegnarci e di nutrire fiducia nel futuro, se non società deprimenti in cui prevalgono frustrazione e indignazione”. Aveva ragione Aristotele in una società giusta il merito deve trovare un riconoscimento e vale la pena ricordare che per essere meritocratica deve tendere a rispettare 3 principi: che i progressi di carriera siano aperti al talento e fondati su competenze misurabili; che ci sia un’effettiva uguaglianza delle opportunità, per cui occorrono investimenti mirati nelle politiche pubbliche, il posizionamento lavorativo e sociale deve riflettere una reale capacità di essere all’altezza del compito. Si tratta di criteri elementari di giustizia sociale, dalla cui adozione tutta la società potrebbe trarre vantaggio.

Le conseguenze economiche create dalla mortificazione del merito sono assai gravi. Viviamo nell’infosfera, in cui il sapere è un fattore della produzione, che si aggiunge alla terra, al capitale e al lavoro, che sono le componenti essenziali fattori che hanno nutrito il primo sorgere del capitalismo. La conoscenza si nutre di intelligenza, fondata sulla centralità del capitale umano. Competenze, cura dei talenti, non solo dei cosiddetti “hight potential” dovrebbe essere pane quotidiano, eppure continuano a latitare nel dibattito pubblico.

Come si fa, tornando al tema centrale del convegno, a creare le condizioni di base per alimentare un ecosistema innovativo, per usare una definizione del Nobel Edmund Phelps, se il sapere rimane una terra mortificata quando non del tutto sconosciuta?  Servono aziende che sappiano valorizzare  che incentivano a creare, che gratificano (anche in termini di remunerazione, ma non solo), che rispondono a quelle aspettative di senso che sempre più caratterizzano le nuove generazioni, come fa vedere molto bene il report Bain&Co. Ma servono anche nuove forme contrattuali. Il dibattito sullo SW deve portare a modelli più flessibili, a un più equilibrato dosaggio degli spazi e soprattutto del rapporto tra tempo di vita e di lavoro. Anche sul linguaggio c’è molto da fare: non si può chiamare dipendente la persona cui chiediamo intraprendenza, creatività e capacità di risposta originale alle situazioni complesse, Loccioni parla solo di collaboratori, in maniera certamente più opportuna e adeguata ai tempi che viviamo. Non si può continuare a coltivare una visione meccanicistica dell’organizzazione, fatta di (suddivisione per processi rigidi, frammentati, costruita sul paradigma del controllo, quando la complessità ci ha insegnato che la parola chiave è diventata governance sostenibile. Il prepotente sviluppo tecnologico  ha, come è noto, stravolto il mondo del business, il digitale coinvolge i soggetti in una conversazione continua a due vie, le gerarchie sono abbattute il cliente fornitore modifica con il suo intervento I connotati dell’offerta, ma anche quelli de prodotto incidendo sui fattori di innovazione di cui è portatore. Il ciclo continuo di percezione, ascolto e risposta (feedback e co-progettazione) attraverso piccole sperimentazioni e conseguenti correzioni, portano così, alla costruzione di una learning company, dove l’apprendimento e i trend evolutivi dell’organizzazione sono continui.

In Italia manca purtroppo ancora una profonda comprensione della trasformazione digitale, che non è l’adozione e l’utilizzo della tecnologia, ma l’adozione di un digital mindset: che non è altro che una propensione attiva delle persone verso l’innovazione (tensione cognitiva), un modo di relazionarsi e interagire che assume linguaggi e assetti diversi. I  team devono essere liberi di agire/sperimentare e apprendere, lavorando non tanto per raggiungere obiettivi interni, quanto per rispondere ad evidenze esterne…quindi devono essere team con tutte le competenze necessarie per prendere decisioni. La trasparenza guida questa tipologia di processi, perché’ aumenta l’empowerment delle persone, che devono conoscere i dati per performare bene. Questo diverso orizzonte spinge le organizzazioni a intercettare le forze vitali di tutti gli stakeholder, nulla può essere trascurato se si vogliono reggere i ritmi della “quarta rivoluzione”.

Il margine e la “commutazione di codice”

Ma attenzione: la riflessione sul “margine” antropologicamente inteso come punto di connessione tra i saperi, che sto cercando di condurre ci ha portato a un mutamento di codice identitario: da stakeholder value/capitalism a shared value/capitalism, è infatti entrata in gioco la parola sostenibilità, che sta segnando la contemporaneità, in maniera sempre più incisiva.

La sostenibilità sta, infatti, diventando il principale linguaggio del business. Per rispondere alle sfide di sopravvivenza del pianeta e di rispetto (non predatorio) delle risorse, per preservare le prossime generazioni, le aziende (ma tutto il sistema economico) dovranno ripensare strategie, modelli di gestione, prodotti in una dimensione ESG. Il successo dell’impresa, come ben chiarisce il nuovo Codice per la Corporate Governance di Borsa italiana, si misurerà sulla capacità di rispondere alle aspettative degli stakeholder sui temi dell’ambiente, del sociale e dei modelli di governance, oltre che sulla capacità di generare valore nel lungo periodo.

Dovremmo cominciare a parlare con maggiore forza di valore condiviso: di fatto i principi della responsabilità sociale d’impresa vengono sistematizzi e concretizzati a livello strategico e tale ridefinizione degli obiettivi aziendali in termini di creazione di “valore condiviso” permetta di generare valore economico producendo, al contempo, valore per la società. E’ questo approccio che renderà possibile la realizzazione di una convergenza tra il successo dell’azienda e il progresso sociale, facendoci avvicinare alla prospettiva di quel mondo a “tre zeri” che un altro Nobel, Muhammad Yunus auspica nella suo ultimo lavoro, pubblicato in Italia da Feltrinelli. Zero povertà, zero disoccupazione, zero inquinamento, è un’utopia realizzabile a patto di remare insieme per il progresso dell’umanità. Inutile dire che PNRR e riforme) convergono verso questo fine, attuabile solo attraverso una svolta dell’intero ecosistema, a partire dalla PA (in termini di competenze, riconoscimento del merito, trasparenza, ecc.), da cui sappiamo molto dipende, senza dimenticare il ruolo delle università, e delle agenzie educative, che hanno nella conoscenza il loro motore, un vero e proprio giacimento che bisogna imparare a condividere, per costruire un “casa universale”, finalmente abitabile dall’umanità tutta, senza discriminazioni, pregiudizi, opacità.

Massimiliano Cannata

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