I dati sono l’oro del terzo millennio e, come è stato per la corsa all’oro, oggi si assiste ad una profusione di carovane speranzose e vogliose di trarre dalle vene dell’informazione il maggior profitto possibile. Le leggi stilate dall’Europa (GDPR – General Data Protection Regulation) e i relativi accordi con gli Stati Uniti (il Privacy Shield) volte alla regolamentazione sull’uso dei dati personali e alla corretta applicazione dei principi di privacy, vengono da molti viste come una fastidiosa imposizione che rallenterà i potenziali è già di per sé faticosi investimenti sulle nuove possibilità offerte dal digital automation, machine learning e dall’intelligenza artificiale per ottimizzare il business in modo sempre più maniacale.

In verità il proposito più profondo di queste leggi è di correre al riparo contro una malacreanza ormai instillata nel vivere quotidiano che banalizza il valore reale dei dati considerandoli beni di consumo usa-e- getta da scambiare senza riflettere, come ai tempi del colonialismo in cui le popolazioni indigene barattavano pietre preziose o la propria libertà in cambio di collane di perline.

Ognuno di noi dovrebbe iniziare a concepire ed approcciare queste leggi non come un obbligo da mettere in pratica ma come un lascito costituzionale per la società del futuro, per far sì che questa resti un mondo civile con delle fondamenta salde dove le aziende, sempre più solide, siano una naturale espressione di esso.

Non è un caso che il testo della GDPR sia composto più da principi che da regole: le regole infatti al più si rispettano, ma i principi si sposano.

In sostanza la regolamentazione europea una volta letta e capita può essere “distillata” in tre essenziali linee guida:

RISPETTA I DATI PERSONALI USALI SOLO PER IDENTIFICATE FINALITÀ UTILI O NECESSARIE TRATTALI IN MODO CONSAPEVOLE ED EFFICIENTE

Le informazioni, essendo immateriali, vengono astutamente o inconsciamente considerate come terra di nessuno. Qualcuno filosoficamente ipotizza che nel momento in cui vengo a conoscenza di un’informazione essa diventa anche mia perché la detengo. I dati invece sono beni alla stessa stregua di ogni altro bene materiale che possediamo di cui conosciamo il valore e la fragilità.

Per i dati personali vale lo stesso concetto: sono un bene personale di nostra proprietà. Non è un caso che si usi il termine “prestare il consenso” all’uso dei dati. Le nostre informazioni personali vengono prestate, non regalate! Quando vi chiedono in prestito un libro, vi aspettate che esso vi venga restituito integro una volta letto, se deve essere usato per scopi diversi ed inusuali dalla normale lettura, per ritagliarci le illustrazioni per una ricerca o come zeppa sotto una gamba del tavolo ad esempio, vi aspettate che vi venga detto al momento della richiesta del prestito per valutare se autorizzare o meno la cosa.

L’utilizzo dell’informazione ha subito negli ultimi decenni una rapida evoluzione che a ben vedere porta con sé la ricerca alchemica di attribuire ad essi “poteri magici”: se al principio i dati venivano utilizzati a scopo “descrittivo”, per comprendere meglio cosa fosse accaduto fino ad oggi, quindi per una finalità culturale, l’evoluzione delle tecniche e dei mezzi di gestione del dato ha portato il focus verso la capacità di guardare al futuro e fornire un’indicazione precisa di cosa può succedere fino a suggerire quali azioni intraprendere per modificare il domani stesso in funzione dei nostri obiettivi.

Non sono forse questi gli stilemi della magia: arte divinatoria e possibilità di condizionare il futuro a piacimento?

Tutto questo è molto potente, ma non è di per se stesso un male! Se grazie all’informazione fossimo in grado di prevenire epidemie e attentati terroristici, o ancora di gestire al meglio il traffico e il degrado delle città, o perfino suggerire una vita più sana ad ogni cittadino che voglia un consiglio a riguardo; se potessimo avere tutto questo, pochi di noi non autorizzerebbero l’uso dei nostri dati per contribuire al progresso comune verso un mondo migliore.

Ad oggi tuttavia manca la fiducia che i nostri dati personali siano utilizzati per scopi di benessere comune e in questo modo il cittadino cerca di difendersi a priori da chi chiede correttamente il consenso al loro utilizzo, lasciando spazio solo a realtà che sottraggono dati con l’inganno.

Sfruttare senza riguardi e mungere fino all’ultima goccia tecniche potenti in grado di fare breccia nella nostra parte limbica del cervello e indurci a comportamenti non desiderati basati sulla profonda conoscenza delle nostre abitudini, non rappresenta un investimento a lungo termine ed è un percorso che può condurre ad una società paradossale dove vivremo una vita di puro lavoro per poterci permettere qualcosa che non ci serve ma che vogliamo misteriosamente senza domandarci più che cosa ci rende felici, cosa è importante e qual è il senso della nostra vita stessa.

Porsi come azienda l’obiettivo di contribuire a creare una società migliore fornendo prodotti e servizi a supporto della società stessa, è un percorso più lungo e difficile; per questo ha bisogno di un supporto e una guida. La GDPR, ostacolando i competitori scorretti, viene in aiuto dei virtuosi per dare loro più spazio nel mercato e fornendo loro delle utili e chiare linee guida su come avere cura dell’informazione al fine di focalizzarsi solo verso chiari obiettivi investendo in efficienza e sostenibilità per i progetti da avviare.

Avere cura del dato significa che è necessario tracciare dove, come e chi lo usa facendo il possibile per evitare falle nel processo prefissato. Tutto questo tradotto in un concetto unico si chiama “Data Governance”. Una volta messa in pratica una politica di data governance sarà un orgoglio essere in grado di comunicare a noi proprietari dell’informazione con quanta attenzione vengono trattati i nostri dati e questo scatenerà un circolo virtuoso per cui saremo sempre più lieti e fiduciosi di affidarli nelle giuste mani.

Immaginiamo una società interconnessa, dove ad esempio abbiamo i semafori intelligenti guidati in modo interconnesso grazie a informazioni previsionali di traffico e dove macchine con autopilota girano per la città al nostro posto in cerca di un parcheggio per poi venirci a prendere su nostro comando. Se le società che gestiscono i nostri dati lo facessero in modo approssimativo e senza cura, persone non autorizzate potrebbero sapere le nostre abitudini a fini di lucro o truffa, potrebbero persino far impazzire i trasporti a guida autonoma causando incidenti di massa in meno di un secondo.

A conclusione di questa riflessione, l’Europa sta cercando, con la GDPR e tante altre iniziative, dei mezzi per riportare in auge la serietà professionale favorendo un cambiamento positivo per una società migliore dove gli imprenditori possano mirare i propri sforzi verso il progresso in modo più consapevole e sostenibile per se stessi e per gli altri. Se cercheremo di sfruttare questa occasione al meglio possiamo ancora sperare di non abbassare lo sguardo davanti al viso di nostro figlio che ci sorride implorando di poter ricevere il testimone per un futuro ancora “umano” e governabile.

Marco Schonhaut

Marco Schonhaut

 

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