Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XVI apre il sipario sulle derive della tecnoscienza.

Il richiamo alla “dittatura dell’algoritmo” è il filo rosso della trattazione che oltre a scandagliare il travaglio della “quarta rivoluzione” e lo strapotere delle bigh tech, getta lo sguardo sui conflitti che dilaniano il mondo, in questa fase contraddittoria della storia. Importanti i richiami a i pontefici precedenti, a partire da Leone XIII e alla sua Rerum Novarum che ha ispirato Prevost nella tessitura del documento. Da Tolkien a Sant’Agostino, passando per Platone, Mandela e Hannah Arendt. Tante le citazioni colte. Del Signore degli anelli, in particolare, il Pontefice ha richiamato il passo nel quale lo stregone Gandalf dice: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». L’urgenza delle questioni agitate non ha bisogno di commenti superflui. Lo stesso Leona rivolgendosi agli studenti che assiepano La Sapienza nei giorni scorsi aveva detto: “Attenzione, siamo un desiderio, non un algoritmo, la tecnologia non è una questione per pochi addetti, coinvolge l’uomo in tutte le dimensioni dell’essere”.

La preoccupazione del Pontefice si proietta sul cambiamento d’epoca, in questa nell’età che molti osservatori definiscono del caos, in cui modernità tecnologica e uso primitivo della forza sovente si mescolano in un intreccio pericoloso. Prevost non è solo in questa denuncia, che aveva avuto un importante apripista: Papa Francesco, che nella Laudato si aveva già scosso il mondo: “Dobbiamo rimettere l’uomo al centro di un’economia della cura”, le sue parole.
Un principio semplice, ma rivoluzionario che proponeva il capovolgimento delle logiche del tecno-capitalismo oggi imperante, che tende a ignorare i bisogni della collettività, premiando la strategia della conquista. La presenza a “sorpresa” di Francesco al G7 in cui i potenti dibattevano i temi dell’IA era stato allora un preciso segnale. Da quel momento è apparso chiaro ai più che la dottrina sociale non poteva più sottovalutare la tecnologia come potente fattore di trasformazione, perché ormai vive dentro il lavoro e le relazioni interpersonali, modificandone la natura.

Leone, il cui nome rivive nel solco di una tradizione che risale alla Rerum Novarum, con Magnifica Humanitas ha deciso di rompere gli indugi e di affrontare una questione di frontiera, preoccupato della dittatura dell’”algoritmo” che decide senza alcuna mediazione, come tanti fatti di cronaca ci hanno fanno vedere. Licenziamenti, promozioni, ma, aspetto ancora più grave, le stesse performance aziendali vengono valutate con l’ausilio delle macchine intelligenti, con criteri che nulla hanno a che vedere con il rispetto dell’uomo. Le tante emergenze che stanno emergendo sul terreno del lavoro, il nuovo caporalato denunciato nei provvedimenti combinati dall’autorità giudiziaria che hanno viste coinvolte imprese del calibro di Deliveroo e Glovo sono fatti emblematici: sta emergendo un nuovo taylorismo, insieme a nuove forme di schiavitù che contravvengono ai valori valori evangelici e che determinano una reazione della Chiesa. La libertà non può essere schiacciata da una sorveglianza digitale, spacciata per sicurezza. Su questo grave equivoco rischiamo di smarrire le conquiste conseguite sull’accidentato terreno del diritto del lavoro.

La crisi dell’umano
La crisi dell’umano di fronte alla quale ci troviamo non ha solo una valenza religiosa, ma antropologica, è più in generale una crisi della cultura umanistica. Il pensiero autonomo e critico sta evaporando, sostituito da una massa sempre più informe di individui, connessi ma soli che non riescono a relazionarsi agli altri, e finiscono con agire sulla base di quanto viene suggerito da algoritmi sapientemente programmati in vista del profitto economico. In questo contesto, l’essere umano non ha più valore in quanto tale ma soltanto nella misura in cui produce entrate e contribuisce al progresso tecnologico. E’ qui che si prospetta un grande dilemma etico per le coscienze laiche e cattoliche. La rivoluzione digitale sta, infatti, imponendo una “riconcettualizzazione del sé” determinando un salto qualitativo, perché l’”anima del mondo” è data ormai dal software, il vero tesoro che muove il divenire sociale. La voce del Papa giunge per contrastare questa pericolosa deriva.
La Chiesa come istituzione universale e agenzia di senso non vuole tacere per questo ha deciso di intervenire per cogliere e provare a difendere la fragilità dell’individuo di fronte allo strapotere della tecnoscienza. Preoccuparsi del destino dell’uomo è un dovere preciso cui le coscienze laiche e religiose non possono sottrarsi. Il documento prospetta l’esigenza di un dialogo aperto alle ragioni dell’altro, sulla scia del grande insegnamento filosofico di Habermas. La religione deve “sporcarsi” le mani, entrare nel mondo creare dei percorsi di crescita condivisi, “uscire dal tempio” per usare un’immagine di padre Bartolomeo Sorge.
Lo sguardo di fede di questa enciclica vive dentro la storia. Leone invita a praticare un’etica della responsabilità collettiva, a guardare l’attualità, perché ogni autorità morale non può sfuggire al compito di guidare le scelte strategiche da cui dipende il futuro di tutti. Esiste una “differenza fondamentale” tra l’individuo e gli artefatti della tecnologia, che risiede nel capitale semantico di cui la “magnifica umanità” è portatrice, un capitale fatto di pensiero riflessivo, creatività, capacità di dare un senso alle cose. Dobbiamo educare queste facoltà, essere uomini della sintesi, rispettando le ragioni della fede e della ragione. Solo a queste condizioni il potere della tecno-scienza può essere ricondotto in un orizzonte compatibile con il progresso umano.

IA ingombrante icona del presente
Tante paure possono svanire se ci si sforza di leggere e interpretare la struttura profonda del messaggio che arriva dal Vaticano. Nell’era dell’IA, ingombrante icona del presente, viviamo dentro una spazialità inedita: “l’infosfera”, un ibrido di naturale e artificiale, che sollecita una rinegoziazione del patto sociale e delle regole stesse su cui si basa la convivenza. Non è cambiato solo il gioco, è cambiata l’intera scacchiera, come ha scritto Alessandro Baricco in the game. Servono regole e una cultura adeguata del digitale, in assenza delle quali prevarrà la tracotanza, la “hybris” prometeica, che ci farà soccombere vittime della “volontà macchinica”, che tende ad alimentare false promesse di immortalità nella perniciosa cornice deformante del “post umano”.

In virtù di questa consapevolezza, come si diceva all’inizio, il Papa sente il bisogno di andare oltre il campi di riflessione della scienza. L’evoluzione della conoscenza e l’evoluzione del quadro geopolitico costituiscono un tutt’uno, la catena delle interdipendenze impone un’analisi complessiva di quello che sta avvenendo. Il Pontefice mettere in guardia dal «falso realismo», che porta a pensare che la guerra sia «inevitabilmente parte della natura umana». «Il problema non è più la pace, smarrita come riferimento nell’orizzonte internazionale, ma come e quando agire militarmente, mentre si sostiene che sarebbe irresponsabile non prepararsi allo scontro. Invece, ciò che è veramente irresponsabile è la Realpolitik – sottolinea Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas -, questo seminare nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali, che ignorano i rischi concreti che si agitano sul campo.
Da questo momento in poi il campo della dottrina sociale e il terreno di ogni riflessione di natura geopolitica non potranno essere separati. Serve una capacità di sintesi, il grand’angolo è l’obiettivo più adatto a cogliere i fenomeni del cambiamento che stanno modificando il nostro essere nel mondo.

Autore: Massimiliano Cannata

Twitter
Visit Us