La sfida della complessità – a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, ed. Mimesis
Un’impresa culturale che ha aperto nuovi orizzonti di pensiero
Il ponderoso saggio curato da Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, che ha avuto un successo planetario senza precedenti, rappresenta una stagione intensa e particolarmente feconda della storia del pensiero. L’espressione “sfida della complessità”, termine ormai entrato nell’uso comune, raccoglie un panorama multidisciplinare di specialisti che, in quasi mezzo secolo, hanno affrontato le grandi questioni del nostro tempo. Scienza, tecnologia, cibernetica, progettazione, neurologia, psicologia, biologia, geopolitica: l’analisi ampia e penetrante sollevata dagli studiosi — tra cui il Premio Nobel Ilya Prigogine, solo per ricordare una delle tante celebri firme contenute nel volume, editato per la prima volta nel 1985 — apre ancora oggi interrogativi di pressante attualità.
L’Originalità del Metodo
Sergio Manghi, nella prefazione, spiega molto bene il valore di quella che si può definire “un’impresa culturale”, perché portatrice di una visione del mondo, di un metodo aperto di indagine, che mette al centro l’uomo nel rapporto con l’ecosistema. “La cifra distintiva di quell’audace scommessa – scrive il sociologo – non era data dalla solo dalla quantità e varietà dei saperi coinvolti.
Quel che faceva la differenza, rispetto a una mera operazione di confronto interdisciplinare, per quanto generosamente esteso, era il convergere del tutto inedito di quel vasto insieme di saperi eterogenei in un medesimo crocevia problematico unitario. Quell’effervescente crocevia, insieme epistemologico ed etico-politico, che si riconosceva, appunto, nella parola-sfida della complessità.
A partire, in modo particolare, dalle riflessioni magistrali dedicate a questa parola-sfida da Edgar Morin nei primi due tomi del suo Metodo, La Nature de la nature e La Vie de la vie, e ancor prima nel “programmatico” Le Paradigme perdu; ma sviluppando per vie anche molto diverse l’esigenza unitaria condivisa riassunta nell’etimo stesso della parola complessità (da complexus, intrecciato insieme): coltivare un modo d’intendere e praticare i saperi attento in permanenza alle loro molteplici e inesauribili interconnessioni, e insieme, riflessivamente, alle loro premesse epistemologiche e al loro esser parte viva di più ampi processi antropologici, ecologici e sociali….
La parola complessità non fungeva, in questa chiave interattivo-riflessiva, da parola-risposta, nome di una possibile teoria unificatrice generale dello scibile, formulata da un qualche punto di osservazione “cartesianamente” incorporeo e asociale; ma da parola-problema, nome di un conoscere plurale e sempre incompiuto, praticato da osservatori concretamente mondani che sanno di andare costruendo, interattivamente, il mondo osservato, del quale sono anch’essi parte…
Un termine-problema
Intorno a questo termine problematico prendeva vita in quegli anni nel nostro paese un’intensa e feconda stagione culturale, imperniata sul tema delle premesse epistemologiche e delle implicazioni etico-politiche dei saperi. Una “stagione” estesa ben oltre i soli ambiti scientifico-filosofici, che avrebbe coinvolto diffusamente i mondi delle professioni tecnico-intellettuali – educazione, psicoterapia, organizzazione, medicina, cooperazione, servizio sociale… –, dell’attivismo ecologico-politico e più in generale del dibattito culturale, prolungando il suo raggio d’influenza fino ancora ai nostri giorni…”.
Verso una “comunità di destino”
E se ha ragione Manghi a ribadire la forza di questa audace sfida, che ha creato un “collegio invisibile” di intellettuali e ricercatori in costante dialogo sui destini della Terra, va anche detto che questo prestigioso “collegio” ha il suo nume tutelare in Edgar Morin, riconosciuto “maestro di complessità”, e il suo “motore” infaticabile in Mauro Ceruti, che ha saputo tenere ben salde le fila di un indirizzo di pensiero che vive dell’intreccio multidisciplinare e degli apporti di esperti che convergono da ogni angolo del globo. Abitare la complessità non è mestiere facile: impone di misurarsi con equilibri geopolitici in divenire e con un assetto dei “saperi” che non ha più nulla a che vedere con il paradigma novecentesco.
La comunità di destino è la condizione che connota l’individuo nella contemporaneità. La lettura del saggio ci mette di fronte a questo dato di realtà, cui non possiamo sfuggire, perché “nessuno è incolpevole”. Il “metodo” della complessità, antidogmatico e aperto alla molteplicità degli apporti, è lo strumento di cui dobbiamo servirci, ispirandoci ai valori di un neoumanesimo planetario, che sappia riconoscere a tutti, nessuno escluso, la piena dignità della cittadinanza globale.





