“Broadcast yourself!”: il digitale esprime un volto della nostra identità.

Otto italiani su dieci utilizzano internet, sette su dieci gli smartphone con connessioni mobili – nel 2009 li usava solo il 15% della popolazione – e altrettanti hanno un account su almeno un social network. Nel caso dei giovani under 30 le percentuali salgono significativamente. Il panorama dell’Italia digitale è in continua crescita, – spiega il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii. “Attenti però – sottolinea – alla luce dei numerosi scandali che hanno fatto spalancare gli occhi sui rischi di violazione della privacy con la profilazione degli utenti clienti, dobbiamo renderci conto dell’importanza che rivestono le professionalità specifiche che si occupano di tutela della privacy e di sicurezza informatica”. Si tratta di un ulteriore deficit con cui oggi saremo presto costretti a fare i conti.

Direttore, secondo quello che emerge nel 15° Rapporto Censis sui media digitali e la fine dello star system come è cambiato il rapporto degli italiani con gli strumenti della comunicazione?
Basterebbe dire che in dieci anni la spesa per smartphone è triplicata. Nell’ultimo anno abbiamo speso 23,7 miliardi di euro per cellulari, servizi di telefonia e traffico dati. E questo è avvenuto negli anni della crisi, mentre gli italiani stringevano i cordoni della borsa e risparmiavano praticamente su tutto. Non dimentichiamo che il valore dei consumi complessivi delle famiglie non è ancora tornato ai livelli pre-crisi. La corsa dei dispositivi della disintermediazione digitale è stata inarrestabile. Battono nuovi record anno dopo anno.

Internet e social network, sono questi gli strumenti che magnetizzano l’interesse soprattutto dei più giovani?
Oggi otto italiani su dieci utilizzano internet, sette su dieci gli smartphone con connessioni mobili – nel 2009 li usava solo il 15% della popolazione – e altrettanti hanno un account su almeno un social network. Nel caso dei giovani under 30 le percentuali salgono significativamente. Siamo entrati nell’era biomedica, caratterizzata dalla trascrizione virtuale e dalla condivisione telematica in tempo reale delle biografie personali attraverso i social network, che sancisce il primato dell’io-utente, produttore esso stesso oltre che fruitore di contenuti della comunicazione. “Broadcast yourself!”, recita il pay-off di YouTube.

Nuovo e vecchi media a confronto, sono definizioni che reggono ancora, non stiamo rischiando di continuare a usare un vocabolario vecchio e poco adatto a descrivere quelle che Baricco nel suo ultimo saggio The Game definisce “tracce di una nuova umanità”?
Questo è uno dei casi in cui l’uso dell’espressione “mutazione antropologica” non cade a sproposito. Perché la grande diffusione dei questi device ha modificato radicalmente i comportamenti delle persone, che oggi si abbandonano a nuovi rituali, piccoli tic e manie mascherate. Il 59% degli italiani che possiedono uno smartphone, invece di telefonare, preferisce inviare messaggi per comunicare. Il 55% fa parte di gruppi su servizi di messaggistica come WhatsApp. Il 51% controlla le notifiche del telefono come primo cosa al risveglio o come ultima cosa prima di andare a dormire. Il 48% consulta le previsioni meteo nel corso della giornata. Un’altra piccola ossessione quotidiana riguarda il rapporto con la memoria: il cellulare diventa una protesi utile ai nostri ricordi e alle nostre conoscenze, al punto che il 38% degli utenti, quando non ricorda un nome, una data o un evento, si affida immediatamente alle risposte della rete per fugare ogni dubbio. E il 26% non esce di casa senza portare con sé il caricabatteria del cellulare, per il timore di rimanere disconnesso.

Forse non siamo ancora un paese “On life” per dirla con Luciano Floridi, comunque il tempo che trascorriamo on line è sicuramente aumentato. E’ un tempo speso bene?
Grazie ai device digitali le persone aumentano il loro potere individuale di disintermediazione, che significa un risparmio netto finale nel loro bilancio personale e familiare. Grazie alle piattaforme digitali scompare la mediazione tra il fornitore dei servizi e l’utente finale, visto che, per esempio, non è più necessario recarsi all’agenzia turistica per prenotare un viaggio oppure in un negozio di calzature per comprare un paio di scarpe. Usare internet per informarsi, per acquistare beni e servizi, per prenotare viaggi e vacanze, per guardare film o seguire partite di calcio, per svolgere operazioni bancarie o entrare in contatto con le amministrazioni pubbliche, significa spendere meno soldi, o anch e solo sprecare meno tempo: in ogni caso, guadagnare qualcosa.

E’ l’incremento degli utenti dei servizi video digitali che balza agli occhi tra i numerosi dati tutti interessanti della ricerca. Come va interpretata questa tendenza e quali sono le fasce di popolazione più interessata dal fenomeno?
È la grande novità degli ultimi anni. Gli utenti della mobile tv sono aumentati in modo impressionante, dall’1% degli italiani nel 2007 al 26% di oggi. E l’uso di piattaforma video digitali riguarda ormai il 29% dei giovani under 30. È un modo esemplare per spiegare uno dei fenomeni di trasformazione più importante dell’ultimo decennio, cioè il processo di personalizzazione dell’impiego dei media, che ha favorito la desincronizzazione dei palinsesti collettivi e la individualizzazione delle modalità di fruizione dei contenuti di intrattenimento e dei percorsi di accesso alle informazioni, scardinando tendenzialmente la gerarchia tradizionale dei mezzi, che attribuiva alle fonti professionali e autorevoli dell’informazione mainstream un ruolo esclusivo, e allo stesso tempo permettendo di affrancarsi dalla rigida programmazione oraria delle emittenti tradizionali. È un cambiamento che riguarda anche la radio (basta pensare ai servizi di broadcasting online sui siti web delle emittenti), ma che poi si è rafforzato con la comparsa sulla scena di giganti planetari come Netflix.

La “cara vecchia radio” ancora protagonista.

A proposito. La “cara vecchia radio” rimane un fattore importante di ibridazione, mantenendo fascino ed eterna giovinezza. E’ un dato che deve stupirci?
La radio è il mezzo di comunicazione di massa più antico che possediamo (la Rai trasmette programmi radiofonici da oltre novant’anni), ma ha conosciuto una seconda giovinezza perché è in grado di far fluire il messaggio radiofonico su ogni vettore. Non solo gli apparecchi tradizionali in casa o l’autoradio, ma anche via web con il pc o in mobilità con il cellulare. In più, gode di una grande reputazione. È il mezzo ritenuto più credibile e affidabile di tutti gli altri.

Il terreno di diffusione dell’information society è lastricato di difficoltà. La ricerca elenca puntualmente alcuni problemi, possiamo riassumere i principali?
La classifica dei principali problemi dell’era digitale secondo gli italiani riflette una visione molto individualistica, prevalentemente centrata su di sé e sull’impatto negativo che le tecnologie digitali possono eventualmente avere sul proprio vissuto quotidiano. Per il 42,5% degli italiani il problema numero uno di internet è la diffusione di comportamenti violenti, dal cyber-bullismo alle diffamazioni e intimidazioni online. Al secondo posto, il 41,5% colloca il tema della protezione della privacy. Segue il rischio della manipolazione delle informazioni attraverso le fake news e poi la possibilità di imbattersi in reati digitali, come le frodi telematiche. Colpisce che solo a grande distanza vengono citati problemi di sistema, per così dire, come l’arretratezza delle infrastrutture digitali del nostro Paese e l’inadeguatezza dei servizi online della pubblica amministrazione.

Anche le aziende italiane hanno avuto le loro difficoltà a “traghettare” nel digitale. Guardando l’insieme della nostra realtà industriale, sul fronte dell’innovazione come sono messe le nostre imprese?
Come spesso accade in Italia, abbiamo casi di vera eccellenza e una media del sistema di impresa che invece ha maturato molti ritardi nella competizione con gli altri sistemi economici europei. Il problema riguarda soprattutto il sistema pulviscolare delle microimprese, che faticano più delle altre ad adottare i cambiamenti organizzativi e a mettere in bilancio gli investimenti necessari per implementare tutte le innovazioni tecnologiche e digitali che comporterebbero benefici in termini di efficienza e competitività.

Sicurezza, privacy e il lato oscuro di Internet

La sicurezza e la tutela della Privacy rimangono un grande tema. Il Rapporto Clusit ha evidenziato costi sempre più ingenti in Italia e in Europa, senza contare i danni sempre più alti a carico delle imprese. Qual è la tua riflessione su questo lato “oscuro” di Internet?
Abbiamo avuto un impetuoso avvio del nuovo ciclo della economia della disintermediazione digitale (dall’ecommerce all’home banking, dai rapporti in rete con le amministrazioni pubbliche alla condivisione online di beni e servizi), che determina lo spostamento della creazione di valore da filiere produttive e occupazionali tradizionali in nuovi ambiti. Perché per i cittadini e i consumatori si amplia notevolmente la gamma degli impieghi di internet, che oggi consente di rispondere a una pluralità di bisogni molto più articolati e sofisticati rispetto alla sola esigenza di comunicare, di informarsi e di intrattenersi. Si è così inaugurata una fase nuova all’insegna del primato dello sharing sul diritto alla privacy: l’io è il contenuto e il disvelamento del sé digitale è diventata la prassi comune. Ma ora ci siamo accorti che questo trade-off ha un prezzo troppo alto da pagare.

Cosa vuol dire in concreto?
Che i numerosi scandali ci hanno fatto spalancare gli occhi sui rischi di violazione della privacy con la profilazione degli utenti a scopi commerciali o di propaganda politica. Per non parlare poi dei danni a carico delle imprese causati dai sempre più frequenti attacchi informatici. Siamo in una fase di impasse e di transizione. Su questo punto saranno preziose le professionalità specifiche che si occupano di tutela della privacy e di sicurezza informatica: un altro deficit con cui oggi dobbiamo fare i conti.

A proposito di lato oscuro, l’ultimo Rapporto del Censis parla di un Paese che dopo il rancore rischia di cedere alla cattiveria. La Rete è un amplificatore di sentimenti spesso negativi. Come si può invertire questa tendenza?
Lo dico con una parola. Anzi, con tre: lavoro, lavoro, lavoro. Il rancore e la cattiveria che hanno invelenito il clima sociale, e che sul web trovano una espressione preferenziale, hanno delle profonde radici sociali. Dipendono dal blocco dei meccanismi di mobilità sociale e dall’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive. Se si supera il ristagno della crescita, anche le manifestazioni di odio degli haters sul web si affievoliranno.

Un’ultima domanda riguarda un nuovo trend che sembra farsi strada. Il crollo in borsa di Apple deve farci pensare che gli Iphone, come dice già qualche studioso, fanno già parte del passato?
Tenderei ad escluderlo. Qualcuno aveva parlato anche di “era postpc”, preconizzando la progressiva scomparsa del personal computer, che sarebbe stato sostituito dagli smartphone. In realtà, internet e le connessioni mobili sono i dispositivi d’elezione della soggettività nell’epoca contemporanea. Hanno enormemente amplificato il potere di arbitraggio individuale di ognuno. Impossibile rinunciarci nell’epoca dell’individualismo.

Autore: Massimiliano Cannata

Massimiliano Valerii

 

Video Intervista con il Direttore Massimiliano Valerii

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