Un paese dimezzato come Il Visconte di Italo Calvino, ferito in guerra da una cannonata che lo divide in due metà, ognuna delle quali tira dalla sua, senza trovare accordo e interezza. Questa l’immagine dell’Italia fotografata dal 38 Rapporto dell’Eurispes. “Oscilliamo – spiega il Presidente Gian Maria Fara – tra lo spirito di comunità e il senso dello stato”. Si avverte il bisogno di ritrovare un baricentro, una coesione, in una società frammentata, impaurita dalla guerra, dall’impoverimento di una fascia sempre più ampia di popolazione, che ha smesso di guardare al futuro. Crisi della rappresentanza, erosione della democrazia, ritiro dell’individuo dalla sfera pubblica, desertificazione demografica, arretramento della scuola e della sanità, divario strutturale tra Nord e Sud, le fratture che dividono il paese sono molteplici e se guardano i dati, tendono ad allargarsi. Opes, Inopiae, Democrazia, Autoritarismo, Pace Guerra, Omologazione Identità, Distopia, Utopia Presente, Futuro sono le polarità concettuali attraverso cui si può tentare di comprendere l’Italia di oggi, che si trova dinanzi a una costellazione di crisi, rispetto a cui non può bastare il metodo del rattoppo non può più funzionare.
Allargando il ragionamento va detto che l’Europa non sta molto meglio. I lillipuziani che hanno immobilizzato “Gulliver” il gigante europeo, sono gli stessi fondatori e custodi dell’Europa. Sono i governi nazionali che, nel momento in cui dovrebbero cedere sovranità per guadagnare potere collettivo, si ritraggono istintivamente verso il proprio “particulare”. Sono le burocrazie di Bruxelles che hanno progressivamente trasformato lo strumento in fine, il mezzo in ostacolo, il regolamento in labirinto. Sono i partiti politici nazionali che hanno imparato a usare l’Europa come capro espiatorio di ogni difficoltà interna, scaricando su Bruxelles la responsabilità di scelte che avrebbero dovuto rivendicare come proprie. L’orizzonte che si profila, raccontato con dovizia nelle 60 schede fenomenologiche del Rapporto assume le sembianze di una morsa irreversibile, che investe il sistema istituzionale e valoriale in tutte le sue articolazioni.
Siamo la terza economia dell’area euro; eppure, paradossalmente, il nostro è uno dei Paesi sviluppati con la crescita più lenta, con il più alto debito pubblico tra le democrazie avanzate, con il più basso tasso di natalità d’Europa, con un flusso di emigrazioni giovanili tra le più consistenti del continente. Le stime più recenti indicano che l’Italia perde almeno 34.700 giovani che emigrano ogni anno: un caso unico in Europa. Non sembriamo lo stesso Paese che in poco più di vent’anni (tra il 1950 e il 1970) ha saputo compiere un salto radicale da nazione agricola, uscita a pezzi dalla guerra a potenza industriale. Abbiamo smarrito quella determinazione mentre ci chiediamo se la democrazia liberale sarà in grado di governare la complessità del XXI secolo, Negli ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno che viene definito dai ricercatori: la “cattura dell’agenda pubblica” da parte di soggetti privati: le decisioni di interesse collettivo vengono prese in sedi non pubbliche, mentre la sfera privata degli individui è diventata un grande libro aperto, spesso condizionato da algoritmi che conoscono di noi più di quanto conosciamo noi stessi. In tale contesto, anche il sistema democratico tradizionale finisce col mostrare pericolose crepe. La saldezza di principi non viene messa in discussione rimane valida, andrebbe tenuto conto che le Istituzioni sono state progettate per un mondo che non esiste più. La crisi della rappresentanza visibile nei numeri non è solo quantitativa, appare prima di tutto simbolica. I cittadini non si astengono perché non capiscono il valore della democrazia ma perché non si fidano più del fatto che il voto possa cambiare qualcosa. Così il dibattito politico viene ridotto a slogan, i talk show e i Social sostituiscono le Aule parlamentari come arena del confronto politico, o le Aule giudiziarie, mentre processi si svolgono nei salotti televisivi con il risultato che la democrazia si sta svuotando di senso con conseguenze difficili da prevedere.





