La sovranità digitale è diventata una delle espressioni più ricorrenti – e, al tempo stesso, più ambigue – del lessico strategico europeo.
La sua recente formalizzazione in documenti e dichiarazioni di indirizzo dell’Unione Europea non rappresenta soltanto una presa di posizione politica, ma il riflesso di una tensione strutturale: da un lato, la necessità di ridurre dipendenze tecnologiche percepite come critiche; dall’altro, la consapevolezza che l’ecosistema digitale contemporaneo è, per sua natura, globale, interconnesso e difficilmente riconducibile a logiche di controllo territoriale tradizionali.
Alcuni episodi recenti aiutano a comprendere questa frizione meglio di qualsiasi documento strategico. Il caso che ha coinvolto AGCOM e Cloudflare, a seguito di una sanzione regolatoria, ha mostrato come una decisione nazionale legittima possa rapidamente assumere una dimensione sistemica. La reazione del provider statunitense – con il riferimento, più o meno esplicito, alla possibilità di ridurre o ritirare servizi connessi a contesti ad alta visibilità come Milano Cortina 2026 – ha evidenziato un dato di fondo: quando componenti essenziali dell’infrastruttura digitale sono controllate da attori esterni allo spazio giuridico europeo, la regolazione diventa anche un terreno di negoziazione di potere.

Nel dominio della cybersecurity, questa dinamica non è nuova. Storicamente, gli Stati hanno sempre considerato alcune capacità tecnologiche come intrinsecamente sovrane. La crittografia ne è l’esempio più evidente: per decenni è stata sviluppata, custodita e governata come asset nazionale, spesso in stretta connessione con il mondo della difesa e dell’intelligence. Tuttavia, l’evoluzione del mercato cyber negli ultimi vent’anni ha prodotto due effetti profondi sull’Europa. Da un lato, un progressivo indebolimento del tessuto industriale continentale in alcuni segmenti chiave; dall’altro, una crescita esponenziale della complessità dell’ecosistema digitale, oggi strutturato su filiere multilivello, supply chain globali e dipendenze tecnologiche difficilmente separabili.
In questo contesto, l’idea di una sovranità digitale totale appare sempre più come una costruzione teorica, se non una vera e propria chimera. Software, hardware, piattaforme cloud, servizi di sicurezza e standard operativi sono distribuiti su scala globale. Pensare di esercitare un controllo end-to-end su questi elementi significa ignorare la natura stessa del digitale contemporaneo. La questione, allora, non è se perseguire o meno la sovranità, ma come ridefinirla in termini realistici e operativi. Una sovranità digitale credibile non coincide con il possesso diretto di ogni componente tecnologica, ma con la capacità di scegliere, configurare e governare le interdipendenze.

Dal punto di vista governativo, questo implica innanzitutto una scelta politica non banale: individuare quali ambiti siano realmente critici per la sicurezza nazionale e la resilienza sistemica, e concentrare su di essi gli sforzi di controllo, investimento e protezione. Al di fuori di questi perimetri, l’interdipendenza non è un rischio da eliminare, ma una condizione da gestire.
La debolezza dell’Europa
Esistono settori nei quali l’Europa, oggi, è strutturalmente debole e nei quali, almeno nel breve periodo, il ricorso a operatori extraeuropei è inevitabile. In questi casi, la sovranità non può essere intesa come esclusione, ma come capacità di negoziazione e di imposizione di condizioni. Le leve sono molteplici: governance dei dati, auditabilità delle piattaforme, requisiti contrattuali stringenti, trasparenza sulle catene di fornitura, segregazione logica e operativa delle infrastrutture, fino a meccanismi di supervisione coordinati a livello europeo. La costruzione di data center e region cloud sul territorio europeo va letta in questa chiave: un passo necessario, ma non sufficiente.

È infatti essenziale chiarire un punto spesso semplificato nel dibattito pubblico: la localizzazione fisica del dato non equivale all’autonomia operativa. Il controllo delle infrastrutture globali, dei piani di aggiornamento software, delle piattaforme di gestione e delle dipendenze tecnologiche rimane un tema profondamente politico e tecnologico al tempo stesso. Per questo motivo, le istituzioni europee e nazionali devono evitare approcci frammentati o contraddittori. Una collaborazione costruttiva con i grandi attori tecnologici globali non solo è possibile, ma è necessaria; a condizione, però, che sia guidata da una strategia coerente e condivisa, e non da iniziative isolate.
Il secondo pilastro della sovranità digitale riguarda l’innovazione. L’Europa investe ingenti risorse pubbliche nei settori cyber e dell’intelligenza artificiale, spesso in misura comparabile – se non superiore – ad altre grandi economie. Eppure, i risultati industriali e di mercato restano limitati. Una delle cause principali risiede nel modo in cui questi investimenti vengono governati. I fondi pubblici sono accompagnati da controlli rigorosi sulle modalità di spesa, ma da una attenzione molto più debole sugli impatti reali, sulla maturazione tecnologica e sulla capacità di tradurre la ricerca in soluzioni operative.
In questo senso, la sovranità digitale non è solo una questione di protezione, ma anche di capacità di trasformazione. Rafforzare il legame tra ricerca finanziata con fondi pubblici e adozione concreta nelle politiche e nei progetti pubblici potrebbe rappresentare una leva decisiva. Meccanismi di procurement più attenti alla valorizzazione di soluzioni europee mature, sviluppate con risorse pubbliche, non come forma di protezionismo ma come strumento di accelerazione, potrebbero contribuire a ricostruire competenze industriali e ridurre dipendenze strutturali.
In definitiva, la sovranità digitale non può essere ridotta a uno slogan né a un obiettivo assoluto. È, piuttosto, una pratica di governo della complessità, che richiede scelte selettive, realismo strategico e una visione di lungo periodo. La cybersecurity rappresenta il banco di prova più concreto di questa impostazione: non come esercizio di controllo totale, ma come equilibrio dinamico tra autonomia decisionale, cooperazione industriale e responsabilità pubblica. È su questo terreno, meno ideologico e più operativo, che l’Europa può ancora costruire una sovranità digitale credibile.
Autore: Andrea Rigoni




