ALLARGARE LA VISUALE: LA CYBER SECURITY HA TROVATO IL GIUSTO METODO

Intervista Vip con Agnese Scappini

 

“Il metodo e la disciplina credo siano fondamentali in ambito cybersecurity, poiché trovare un metodo applicativo ed efficace, significa trovare la strada di applicazione di quei nuovi meccanismi di difesa di cui oggi necessitiamo, e credo che un metodo funziona solo se la sua applicazione sia accompagnata da disciplina che è anche costanza del lavoro”. Abbiamo sollecitato Agnese Scappini a darci un parere sul focus attorno a cui ruota questo numero di Cybersecurity Trends che vuole offrire una overview sull’anno che verrà.

Professoressa, la sua formazione filosofica e psicologica consente di offrire interessanti spunti al management che opera in questo delicato settore. In Grandangolo temporale. Il metodo (Fausto Lupetti editore) il suo ultimo saggio, emerge un messaggio di fondo molto netto: occorre allargare la visuale per affrontare le grandi questioni del nostro tempo. La sicurezza è una di queste. Aveva ragione Freud che sosteneva che l’uomo di ogni tempo ha sempre rinunciato a un po’ di libertà per avere maggiore sicurezza?

Questa società ha bisogno di sicurezza e protezione esattamente come le precedenti; tuttavia, oggi ciò che è cambiata è la minaccia e la natura stessa della minaccia. Questo stravolgimento fa sì che sia necessario ricreare nuove difese e metodi difensivi. Ci sentiamo costantemente più vulnerabili. Il pericolo oggi non è infatti individuabile in qualcosa o qualcuno di esterno, può entrare con sembianze difficili da definire nelle nostre case, nelle nostre mani attraverso uno smartphone, compromettere i nostri dati, la nostra identità… Oggi la minaccia non è vitale ma identitaria e questo provoca grandi stravolgimenti sociali. La stessa identità di gruppo nasce come bisogno di protezione verso cui rinunciamo alla componente istintuale. Tuttavia, oggi questa rinuncia non sembra più sufficiente a garantire appunto protezione. Per questo nel mio libro propongo di allargare la visuale, solo così è possibile trovare nuove risorse e spunti creativi.

Viviamo in un’epoca della dimenticanza, così comincia il primo capitolo del suo libro. Nella governance del rischio, come in ogni attività umana, relazionale e produttiva conoscere è ricordare come ci insegna Platone. Siamo troppo schiacciati sul presente. Quali sono le conseguenze di questo atteggiamento?

Credo piuttosto che siamo nell’epoca trasfigurata dal futuro. Siamo passati dalla nostalgia del passato, un’epoca caratterizzata dalla melanconia, la patologia prevalente: la depressione; all’epoca, con l’invenzione dell’auto, della velocità, manifestata dalla patologia della schizofrenia. Non riusciamo ad arrestare quel divenire impetuoso di eraclitiana memoria, siamo essere in divenire sì, ma oggi quel divenire è accelerato, mentre noi non riusciamo più a memorizzare nulla, e senza memoria non vi è pensiero, senza memoria non vi è identità. Ecco che di nuovo emerge la minaccia identitaria, il pericolo è la perdita d’identità. Chi sono? È la nuova vera domanda esistenziale.

Il divenire legge eraclitea, cui lei faceva riferimento, segna profondamente la contemporaneità. La rivoluzione tecnologica è un divenire, non abbiamo fatto in tempo a “capire” internet che è sopraggiunta l’esplosione dei social e oggi dell’intelligenza artificiale. La nostra psiche nel dualismo con la tecnè, dicotomia analizzata da Galimberti, sta cambiando anch’essa configurazione?

Oggi quel dualismo di cui ci parla Galimberti è estremizzato in quella che in psicoanalisi definiamo dissociazione, un vero e proprio meccanismo di difesa che mantiene la realtà separata, non permette un’integrazione della dimensione del reale. È infatti divenuta talmente multidimensionale la realtà, pensiamo non solo ai social, ma anche al metaverso, agli avatar, nuovi fenomeni proiettivi, da non poter più essere definibile e quindi contenibile. Questo provoca frammentazione nella psichè, o preferirei dire nel logos, inteso come ragionamento. Da qui il fenomeno della dimenticanza, il metodo, che propongo nel mio libro per contrastare la dimenticanza è semplice: riattiviamo la capacità di ricordare.

Siamo esseri in relazione, la sicurezza è relazione e si costruisce su un ecosistema che deve cementarsi attraverso la consapevolezza di ciascuna parte. Eppure, questa visione sistemica, che dovrebbe guidare anche le attività di formazione, stenta a farsi strada. Quali sono a suo giudizio le ragioni di tale ritardo?

La frammentazione del reale, che si traduce nella frammentazione della collettività, ci sta facendo perdere la nostra più grande risorsa e forza, la relazione. Oggi la maggior parte degli ambiti formativi sono volti a restaurare, a formare, a incentivare, la connessione reale tra le persone, la relazione è infatti la prima grande forma protettiva da qualsiasi patologia, come da qualsiasi crisi. Dobbiamo lavorare su questo antidoto per riannodare i legami sociali e produttivi.

Il metodo è il cuore della sua riflessione. Almeno da Cartesio in poi è stato anche il fondamento del pensiero occidentale di impianto logicorazionale e del progresso della scienza. Applicato al management e alla cyber security il metodo che valenza assume?

Il metodo e la disciplina si identificano con la strada e il rigore con cui la percorriamo. Metodo deriva infatti dal greco meta (attraverso) odós (la via). Credo ancor più che il metodo e la disciplina siano fondamentali in ambito cybersecurity, poiché trovare un metodo applicativo ed efficace, significa trovare la strada di applicazione di quei nuovi meccanismi di difesa di cui oggi necessitiamo, e credo che un metodo funziona solo se la sua applicazione sia accompagnata da disciplina che è anche costanza del lavoro. Sono virtù che la velocità ci sta facendo dimenticare a favore, dell’instabilità e dell’incostanza che diventa inconsistenza; dobbiamo invece recuperarle. Nella mia ricerca suggerisco l’applicazione di un metodo basato sulla conoscenza, fondato sulla memoria.

La società autistica di cui parla nel saggio trova una sua corrispondenza nell’era di Internet. I social sono lo specchio riflettente della nostra identità, le intrusioni degli hacker ma anche di chi viola la nostra privacy feriscono la nostra coscienza quando non generano violenza. Come ci si può difendere da tutto questo?

La strategia credo sia sempre appunto il sapere, la capacità critica che mi permette di discernere (dal verbo greco Krino separare, cernere quindi giudicare n.d.r.) ciò che è valido da ciò che non lo è. Insieme a un metodo educativo che deve partire dalle famiglie, la società autistica, è appunto una società che isola i suoi elementi, ho già precisato quanto questo sia pericoloso. Aristotele ci dice che nessun uomo può vivere da solo, come ricorda Umberto Galimberti: “O è bestia o è Dio”. Allora la strategia praticabile è il dialogo, la connessione reale tra le persone, l’educazione al sentire, l’educazione al vivere pienamente.

Nel prossimo futuro da quali pericoli reali e virtuali dovremo difenderci a suo giudizio?

Il pericolo futuro? È reale e immaginario allo stesso momento. Direi che lo slogan dell’imminente generazione sarà “Non è quello che sembra” e questo è un pericolo reale per la nostra mente, che ha bisogno di affordances, sicurezze logiche, per muoversi nel mondo. Ma sono realmente convinta che le nuove generazioni, cosiddette “native digitali”, saranno in grado di affrontare tutto questo.

Autore: Massimiliano Cannata

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