Il ransomware Aurora porta l’impiego dell’intelligenza artificiale nelle operazioni cyber criminali su un terreno particolarmente concreto: un affiliato della gang è stato osservato mentre utilizzava Cursor Agent, coding assistant basato su AI, come supporto operativo durante intrusioni reali contro infrastrutture aziendali. Non si tratta quindi soltanto di utilizzare l’AI per scrivere codice malevolo, ma di impiegarla direttamente nelle attività di ricognizione, enumerazione e movimento all’interno di reti già compromesse.
Le evidenze sono emerse dall’analisi di un’infrastruttura degli attaccanti lasciata esposta su Internet. CloudSEK ha ricostruito mesi di attività, individuando oltre 20 organizzazioni in nove Paesi tra aprile e luglio 2026, mentre Gambit Security ha documentato l’utilizzo di Cursor Agent contro dieci organizzazioni tra l’8 aprile e il 21 maggio. L’infrastruttura conteneva, tra gli altri elementi, cronologie dei comandi, strumenti di attacco, campioni del ransomware e conversazioni con l’agente AI.
Il modello operativo è particolarmente interessante. L’operatore forniva a Cursor accesso e contesto sull’ambiente bersaglio e delegava all’agente attività come scansioni interne, configurazione di VPN e proxychains, enumerazione di Active Directory e privilegi, NTLM relay e attacchi basati su certificati. In altre parole, l’AI veniva utilizzata come una sorta di assistente tecnico interattivo capace di tradurre gli obiettivi dell’attaccante in comandi, verificarne l’esito e correggere rapidamente quelli falliti.
Ed è proprio questo aspetto a rendere il caso Aurora significativo. Cursor non ha compromesso autonomamente le reti: l’operatore umano continuava a dirigere l’attacco. L’AI ha però ridotto i tempi di iterazione e abbassato la complessità di alcune operazioni tecniche, anche quando i primi tentativi non andavano a buon fine. Le analisi mostrano infatti diversi casi in cui i comandi dell’agente fallivano inizialmente e venivano poi modificati e riprovati.
Un ransomware progettato per Windows e ambienti virtualizzati
Sul fronte malware, Aurora presenta una struttura altrettanto interessante. I ricercatori hanno identificato varianti Windows e Linux, inclusi ambienti ESXi, riconducibili a una stessa base di codice in Zig, progettate per colpire sia sistemi tradizionali sia infrastrutture virtualizzate.
La variante Windows incorpora funzionalità finalizzate a ostacolare il ripristino, tra cui la cancellazione delle Volume Shadow Copies e la disabilitazione di System Restore. La componente Linux/ESXi, invece, è progettata per intervenire direttamente sull’infrastruttura VMware: prima della cifratura tenta di terminare le macchine virtuali in esecuzione, aumentando l’impatto sull’ambiente.
La catena d’attacco osservata parte, inoltre, da tecniche di social engineering. In alcuni casi gli operatori hanno combinato email bombing e telefonate mirate, presentandosi come supporto IT per convincere le vittime a collaborare e ottenere un accesso remoto. Una volta dentro, il percorso può proseguire attraverso protocolli come SMB, LDAP, WinRM, RDP e RPC, fino all’acquisizione di privilegi più elevati e alla successiva fase di raccolta, esfiltrazione e cifratura dei dati.
Il punto critico: la velocità, non l’autonomia
Il caso Aurora suggerisce quindi un’evoluzione precisa del fenomeno AI-assisted ransomware. Il rischio non consiste necessariamente nella comparsa di un’AI capace di condurre da sola un attacco end-to-end, ma nella possibilità che un operatore umano utilizzi agenti commerciali già capaci di eseguire comandi, analizzare ambienti e iterare sulle proprie azioni per accelerare le fasi più lunghe e tecnicamente impegnative di una compromissione.
Per i team di difesa questo introduce un ulteriore problema: attività che in passato richiedevano maggiore competenza, tempo e interventi manuali possono essere portate avanti con cicli di tentativi e correzioni molto più rapidi. Il ransomware non diventa necessariamente più autonomo: diventa più veloce. Ed è probabilmente questo il dato più rilevante che emerge dal caso Aurora.





